mercoledì 25 maggio 2016

Da condividere con amici ed amiche nati dal 25 Maggio al 3 Giugno (periodo di Luce)
Per augurare buon compleanno in modo diverso.
Tratto da Alberologia www.alberologia.it

Il frassino è un albero che l’astrologia celtica associa all’aquila, simbolo dell’amante spinto dal desiderio. Infatti, il frassino produce fiori rossi che rimandano alle tendenze violente del grande rapace. Le persone appartenenti a questo albero sembrano apparentemente distaccate dai problemi al punto che nulla sembra commuoverle. Tuttavia, sotto questa maschera si nasconde un’anima concupiscente agitata dalla sete di piaceri erotici. La loro apparente freddezza e la loro abituale riservatezza ne fanno persone molto educate ed estremamente mondane. In realtà, sono molto bohémien e sono pienamente consapevoli di ciò che vogliono e di ciò che non vogliono.
I nativi del frassino hanno stile. Non sono affatto tipi facili, in quanto possiedono un carattere esigente: vogliono comodità, pretendono attenzioni; egocentrici, amano vivere come più pare a loro (anche a spese degli altri), senza il benché minimo impegno.
Dotati di un’intelligenza intuitiva, sono fantasiosi, originali e il più delle volte lontani dalla razionalità. Per quanto riguarda le amicizie, i nativi del Frassino non sono molto affidabili e fedeli. Molto buoni i rapporti di amicizia con le persone appartenenti al tiglio. La vita sentimentale del Frassino è ricca e movimentata, in quanto questo è il campo che predilige e nel quale riesce a dare il meglio di sé. Fedele, costante e riflessivo, sa compiere le scelte giuste, soppesa il pro e il
contro, cosicché il suo matrimonio d’amore è anche d’interesse.
È raro che sbagli nella sua scelta e s’impegna a fondo per far funzionare il suo rapporto, il che gli riesce spesso. Ama procreare perché adora avere a che fare con i bambini. Come amante non è sempre brillante, ma il suo ardore affettivo e la sua violenza emotiva lascia al partner ricordi
indimenticabili. Ottima l’intesa con le persone appartenenti al corniolo in quanto entrambi hanno in comune l’amore per la vita e il desiderio di prolungarla.
Buona anche l’unione con l’ulivo e il faggio.

Frassino (Fraxinus excelsior L.)

Albero alto fino a 30 m (eccezionalmente 40), con chioma espansa specialmente in verticale e rami ascendenti, diritti. Le gemme invernali, disposte a croce all’apice dei rami sono di color nero carbone. Il tronco, diritto e slanciato, presenta una scorza opaca, grigiastra, all’inizio liscia poi percorsa da solchi fitti, non profondi e ondulati. Le foglie decidue, opposte, picciolate, lunghe fino a 16 cm, sono imparipennate, formate da 7-13 segmenti lanceolati, sessili, lunghi fino a 10 cm, acuti
o acuminati all’apice, seghettati al margine, verde opaco di sopra, più chiari inferiormente. Il fogliame autunnale è di colore giallo vivo. I fiori sbocciano in marzo-aprile prima delle foglie; sono privi di calice e di corolla, ma le loro antere rosso porpora spiccano sui rami nudi a fine inverno. Il frutto è una tipica “samara”, costituita da una testa allungata contenente il seme, che prosegue in un’ala stretta. Appartiene alla famiglia delle Oleaceae e l’olivo è un suo parente. Al suo genere sono ascritte circa 60 specie tutte presenti nelle regioni temperate dell’emisfero boreale.
Il frassino caratterizza i boschi di ripa, le gole e le forre umide; i margini dei laghi, dalla fascia collinare a quella montana superiore (200- 1500 m s.l.m.), con particolare frequenza sulle Alpi, nei siti a clima oceanico. È indifferente al substrato e tollera temporanee sommersioni dell’apparato radicale. È presente nel parco dal Basento fino alla Caserma Cognato ed oltre. Il suo areale va dalle coste atlantiche del nord Europa fino al Mar Caspio e a sud fino all’Italia centromeridionale.
Assente nelle isole. Nella mitologia greca il frassino (come il cavallo) era consacrato a Poseidone, come la quercia a Zeus. Il frassino può superare la quercia in altezza che non arriva oltre i 40 metri. Vive mediamente intorno ai 130-150 anni.
Il legno di frassino è estremamente duro, compatto, ma soprattutto elastico e indeformabile. Le prime eliche degli aerei venivano costruite proprio con questo legno. Infatti, in passato veniva usato anche per fabbricare armi (archi e lance). Quella di Achille, il più grande combattente dell’antichità, era del suo legno, e venne consacrata a Marte, dio della guerra. Una volta se ne facevano mozzi di ruote, sci e slitte; oggi stecche da biliardo e racchette da tennis.
Il frassino è efficace come diuretico per curare la gotta, perché l’infuso delle foglie ed il decotto delle samare stimolano moltissimo la secrezione renale e quindi la rimozione dell’acido urico. Le foglie e i frutti, raccolti prima della maturità, essiccati ed assunti in polvere hanno capacità sudorifera. Come lassativo si possono impiegare le foglie fresche in infusione, ma ne occorre una discreta quantità. La corteccia è febbrifuga e astringente. Nell’antichità quest’albero era noto come
antireumatico ed antiartritico. Le foglie sono un ottimo foraggio in quanto ricche di zuccheri; tostandole si preparano diverse bevande. Il frassino era oggetto di molte credenze. I fiori erano ritenuti afrodisiaci e come tali venivano usati nell’antica Roma. Il loro profumo guarirebbe
dalla sordità. Il frassino, come l’erica, era considerato un antiofidico (contro avvelenamenti da morsi di serpenti). Dunque, i suoi principi attivi annullerebbero gli effetti dei morsi delle vipere, che lo temono al punto di aver paura di passare sulla sua ombra.


domenica 22 maggio 2016

Da condividere con amici e amiche nati dall’ 15 al 24 Maggio (periodo di Luce)
Per augurare loro un buon compleanno in modo diverso.
Tratto da ALBEROLOGIA di Antonio de Bona
www.alberologia.it

 Il castagno è un albero che la mitologia celtica associa al racconto di Branwen, dea dell’amore e della fecondità, che su richiesta del dio Llyr si era trasformata in una balena per uccidere la principessa incatenata, la quale, però, prima di poterla ingoiare, venne uccisa dall’Eroe Solare.
Il castagno produce frutti deliziosi avvolti in un involucro pieno di spine. Le persone appartenenti a questo albero sono un po’ come il tenero e delizioso frutto di questa pianta avvolto con triplice buccia, il cui aspetto esterno rischia di scoraggiare chi si avvicina. Infatti, il Castagno è una persona meravigliosa, dai molteplici aspetti, con risorse inesauribili.
Appare come un personaggio freddo, distante, autoritario al quale non conviene avvicinarsi. Ma quando apre il suo cuore, si dona tutto, sorprendendo per la grazia e la forza dell’amore che sprigiona. Generalmente ha un cuore d’oro che rivela solo raramente. Sensibile ed emotivo, docile ma tenace allo stesso tempo, autoritario, volitivo, testardo, tenero, moralista fino a essere puritano, il Castagno ama il comfort e il lusso e ha una spiccata sensualità. In lui è molto forte il senso di giustizia fino a reagire alle ingiustizie anche in modo violento essendo piuttosto collerico.
La sua intelligenza è concreta, in quanto si basa sull’esperienza e sull’osservazione, poco incline a fantasticare. Per quanto riguarda le amicizie, i nativi del Castagno hanno grande predisposizione ai rapporti umani, anche se non sembrano propensi a fare il primo passo. Apparentemente freddi e distanti, affascinano gli altri. Per quanto riguarda la vita sentimentale, il Castagno è molto bisognoso d’amore, grande amante mai platonico e tanto meno monogamico. Leale al proprio ritmo
interiore, il Castagno è sempre innamorato, ma spesso di persone molto diverse che per un motivo o l’altro lo attirano. Buona l’intesa con le persone appartenenti al pino o alla betulla.


Castagno (Castanea sativa Mill.)

Albero maestoso, può raggiungere i 25-30 metri di altezza, dotato di una spiccata facoltà pollonifera. Si presume sia originario dell’Iran, poi importato nell’Europa meridionale, Nord Africa e Asia occidentale; in particolare il suo areale si estende dalla Spagna all’Asia Minore e sull’Atlante algerino. Scientificamente appartiene alla famiglia delle Fagaceae; al genere Castanea sono ascritte 12 specie delle regioni temperate dell’emisfero boreale. Si presume sia originario dell’Iran, poi importato in Europa. Il termine deriva dalla città di Castanis, in Asia Minore.
È una specie eliofila1 e mesofita2, predilige i terreni acidi, profondi e leggeri. Non sopporta i terreni pesanti, ama i climi temperati, ma resiste bene ai freddi intensi. È una pianta diffusa dal livello del mare fino ai 1500 metri di altitudine. Può vivere in consociazione con il rovere, cerro, ma può formare anche boschi puri (castagneti) generalmente condotti a ceduo3. (ceduo castanile)
Le malattie che hanno contribuito alla riduzione dei castagneti sono il cancro della corteccia e il mal d’inchiostro. Il cancro della corteccia è un’infezione causata dai tagli di potatura o ferite provocate da mezzi meccanici. Invece, il mal d’inchiostro si verifica quando le ceppaie sono ricoperte da accumuli di foglie o sostanza organica. Negli ultimi anni sono stati fatti alcuni tentativi per recuperare i castagneti ai fini produttivi.

1 Specie che vegeta solo in condizioni di piena illuminazione.
2 Specie che predilige un clima temperato.
3 Forma di coltura con turni di tagli compresi tra i 10-20 anni.

Il castagno è un albero longevo, può vivere tra i 500-1500 anni circa. Possiede un fusto diritto che può raggiungere anche i 10-12 metri di circonferenza ed è ramificato nella parte medio-alta.
La corteccia è brunastra con sfumature grigiastre negli esemplari adulti e si fessura in lunghi solchi. La chioma è conico-piramidale nei giovani esemplari; espansa e globosa negli esemplari adulti. I rami sono bruno lucenti, ornati da lenticelle brunastre, con foglie lunghe 10-20 cm, decidue e alterne, di colore verde lucido sulla pagina superiore, più chiaro in quella inferiore, di forma ellittico-allungata, con apice appuntito e margine seghettato.
È una specie monoica4 che fiorisce tra giugno e luglio. Le infiorescenze5 maschili sono amenti6 eretti e sono rappresentate da spighe lunghe 10-20 cm di colore giallo verdastro; quelle femminili sono costituite da fiori singoli o riuniti a gruppi di 2-3, posti alla base delle infiorescenze maschili. Il frutto è un achenio7 comunemente conosciuto con il nome di castagna, rivestito da una cupola spinosa, detta riccio. Generalmente ogni riccio contiene 2-3 castagne. L’impollinazione può essere anemofila8 o entomofila, (impollinazione ad opera degli insetti). È una specie mellifera con ottime proprietà nettarifere. Tutte le varietà derivano dalla Castanea sativa, e si distinguono in quattro gruppi varietali: Marroni, Castagne, Eurogiapponesi e Giapponesi.
Senza entrare troppo nei particolari, possiamo dire che la scelta della varietà dipende dalle esigenze di mercato. Ad esempio, la varietà marroni è molto richiesta sul mercato e spunta degli ottimi prezzi.
È caratterizzata da frutti di media-grande pezzatura, ossia da 55 a 70 unità per kg. La raccolta avviene gradualmente, come la maturazione e viene attuata attraverso la raccattatura o una leggera bacchiatura. La produzione media è di circa 30-40 q.li/ha. A dimostrazione della sua maestosità, si racconta che la Regina d’Aragona si riparò durante un temporale, con tutti i suoi cavalieri e cavalli, sotto la chioma di un castagno che ancora oggi vegeta sull’Etna. Per questo motivo l’albero prese il nome di Castagno dei cento cavalli.


4 Specie con fiori unisessuali sulla stessa pianta.
5 Sistema di ramificazione che porta fiori e, spesso, brattee.
6 Infiorescenza simile ad una spiga, ma provvisto di un asse pendulo e molle.
7 Frutto semplice indeiscente (che non si apre) con il pericarpo contiguo al seme.
8 L’impollinazione avviene tramite il vento.

Il castagno è diventato il simbolo di Cristo e della Vergine Maria perché il frutto avvolto nell’involucro spinoso ricorda la sofferenza di Gesù con addosso la corona spinosa e la Madonna perché cresciuta lontana dal peccato originale. La castagna è simbolo di castità, perché il nome castanea, contiene la radice latina casta, pura. Il castagno è simbolo della resurrezione, grazie alla sua capacità pollonifera: dopo che la pianta viene tagliata, dalla ceppaia fuoriescono altri polloni (germogli radicali). L’uso più importante del castagno è quello alimentare. La castagna è un frutto ricco di amido, infatti, in passato, veniva chiamato albero del pane, perché rappresentava la base alimentare delle popolazioni di montagna povere. Le castagne possono essere servite lesse, arrostite
e mangiate davanti un bel camino, cotte nel latte, ridotte in farina, mescolate con lo zucchero, oppure come castagnaccio; i frutti della varietà Marroni vengono conditi e prendono il nome di Marron glacè.

Il Castagno oltre ad essere fonte di alimentazione, condotto a bosco ceduo, è anche un’importante fonte di reddito. Infatti, dal suo legno elastico e molto resistente, si realizzano travi, paleria, tavoli, infissi e compensati. La resistenza del legno agli agenti e tarli dipende dall’abbondante contenuto di tannino. In passato il tannino veniva estratto per conciare le pelli. Dalla decomposizione di foglie e ceppaie, si ottiene un terriccio molto usato nei vivai. Il tabacco, a volte, veniva sostituito dalle infiorescenze secche. Il castagno ha potere astringente, ma le sue proprietà medicinali sono spesso state offuscate dall’importanza alimentare e selvicolturale che riveste tutt’oggi questa pianta. L’infuso della corteccia aiuta a guarire l’ulcera della bocca e dello stomaco.

domenica 1 maggio 2016

L’oroscopo degli Alberi
Da condividere con amici e amiche nati dall’ 1 al 14 Maggio (periodo di buio)
Per augurare un buon compleanno in modo diverso.
Il Pioppo è l’albero dal cui legno è stata ricavata la clava di Ogmios, figlio di Dis, il dio padre degli dei e degli uomini. Narra la mitologia celtica che Dis, dopo aver a lungo meditato, prese la decisione di generare con una donna mortale un figlio capace di superare prove incredibili, così da conquistarsi il rango degli dei, divenendo immortale e protettore di dei e uomini.
Dopo aver scelto con cura la donna che avrebbe potuto generarlo, si unì a lei per trentasei ore, assumendo le sembianze del suo legittimo sposo. Da questa unione nacque Ogmioss che iniziò subito a parlare, inventando l’antica scrittura celtica, denominata ancora oggi Ogam.
Successivamente, al pari dell’Eracle/Ercole della tradizione classica ellenico-romana, eseguì i famosi dodici lavori che lo resero un eroe immortale.
Il pioppo è una pianta che cresce alta verso il cielo e questo ascendere verso l’alto ricorda Ogmios, l’eroe capace di diventare immortale con la propria forza in virtù di un’indomita e tenace volontà.
Le persone nate sotto questo albero sono pieni di volontà e perseveranza inflessibili e non rinunciano ad affrontare una prova, un’azione o un combattimento. Amano e ricercano le prove più difficili, la realizzazione dei propri obiettivi è prioritaria in tutti i rapporti. Chi è nato sotto questo albero quando si mostra in società viene notato perché ha una personalità affascinante che sembra guardare sempre altrove verso un orizzonte lontano dalle abituali preoccupazioni degli uomini.
Non ama essere disturbato o essere in ritardo e ogni suo desiderio diviene una sorta di ordine da realizzare immediatamente. Nonostante l’apparenza, è in realtà molto sensibile, ma non lo dimostra in quanto svela raramente i propri sentimenti. Molto coraggioso e orgoglioso, non sembra quasi mai agitato. Soffre in silenzio per le più piccole cose e tutto può ferirlo. Poco materialista, spesso bohémien, è tuttavia abilissimo nel guadagnare denaro, ma non è avido. Molto organizzato, pensa sempre al suo avvenire. Il suo spirito di indipendenza gli farà sopportare solo le costrizioni che sarà stato lui a crearsi. Attraente, bello da giovane, il Pioppo in molti casi invecchia male in quanto tende col tempo a lasciarsi andare. La sua intelligenza è sottile, ma la sua lucidità e il suo senso critico possono soffocare le sue aspirazioni ostacolandone la realizzazione.
Per quanto riguarda le amicizie è molto importante che si circondi di persone piene di entusiasmo. In generale, i rapporti di amicizia sono sempre legati alla realizzazione dei propri progetti. Spesso si trova a ricoprire il ruolo del fratello maggiore o del protettore, ricevendone riconoscenza. Molto buona è l’amicizia con persone del tiglio con le quali potrà condividere interessi e sulle quali veramente potrà contare.
Per quanto riguarda la vita sentimentale, le persone appartenenti al Pioppo necessitano di avere un partner intelligente e sensibile che non sia troppo esigente in amore e che si accontenti anche nei periodi di riposo del guerriero. Molto fedele, anche se arriva a non stimare più il partner, non divorzia perché non si aspetta di trovare di meglio. Molto buona l’intesa con i nati del salice con i quali instaurare un rapporto competitivo e molto stimolante. Più problematici i rapporti sentimentali
con quelli del frassino e del fico.

Pioppo tremolo (Populus tremula L.)

Albero alto fino a 20 m, facilmente pollonante, dalla chioma piramidale-allungata, verde chiaro. Il tronco diritto o sinuoso presenta una scorza sottile, liscia, verdognola, che con l’età si ispessisce, diventa grigiastra e si screpola abbondantemente. Le foglie decidue, alterne, glabre sulle due facce, presentano un lungo picciolo caratteristicamente appiattito in senso verticale e una lamina tondeggiante, a volte più larga che lunga, con base arrotondata o cuoriforme e margine ottusamente dentato o sinuato. La pagina superiore è verde vivo, sublucida, quella inferiore leggermente più chiara e opaca. Le foglie turionali si presentano completamente differenti: tormentose, grigio-verdastre, ovato-triangolari e subcordate, con margine quasi intero.
Fiori unisessuali in amenti lunghi fino a 12 cm; il frutto è una capsula oblungo-piriforme, che si apre in due valve e libera una massa cotonosa di semi minutissimi. Vive nei boschi e nelle boscaglie, la durata della sua vita si aggira mediamente intorno ai 70-80 anni. Specie frugale
e pioniera che caratterizza le boscaglie su suoli poveri, preferibilmente acidi, tra il livello del mare e 2000 m di quota. È una specie mellifera dalla proprietà nettarifera elevata. Il suo areale va dalla Scandinavia e dalla penisola iberica e il Nord-Africa alla Siberia orientale. Comune in Italia. Presente nel parco di Gallipoli all’ “Acqua del tremolo”, il turista o viandante vi si può dissetare ad una freschissima sorgente.
Per il suo comportamento pioniero è utile nella riforestazione naturale di pendici franose; inoltre è specie di interesse ornamentale, grazie soprattutto alle foglie tremule.
Populus tremula il suo nome scientifico; appartiene alla famiglia delle Salicaceae e dunque tutti i salici sono suoi parenti. A questo genere sono ascritte circa 40 specie proprie delle zone temperate dell’emisfero boreale. Il pioppo tremolo deve questo nome al tremolio che caratterizza il continuo movimento delle foglie al vento. Questo tremolio è causato dalla forma del picciolo della foglia, che come già accennato, è appiattita lateralmente. Per questa forza occulta il pioppo rappresenta la protezione e col suo legno venivano costruiti gli scudi da portare in battaglia. Si racconta che in Grecia, Leuke, una meravigliosa ninfa, per sfuggire ad Ade, che si era innamorato di lei e la voleva per sé, si trasformò in un pioppo bianco, che il Signore dell’oltretomba portò nel suo mondo e pose accanto alla magica fonte Mnemosine, ovvero la Fonte della Memoria, la cui acqua poteva far accedere i degni defunti all’immortalità.
Nella farmaceutica popolare viene usato per sfruttarne le proprietà diuretiche ed antidolorifiche, ma soprattutto quelle balsamiche. Le gemme in particolare contengono derivati flavonici, olio essenziale e due glucosidi (populina e salicina) che per idrolisi ed ossidazione danno luogo all’acido salicilico. Per questo risultano efficaci contro i dolori reumatici e nevralgici. In infuso si ottiene un buon espettorante, emolliente e calmante della tosse; può essere d’aiuto nel trattamento delle
bronchiti croniche. Si ottiene anche un unguento detto ‘populeo’ dalla macerazione delle gemme in glicerina, molto utile per frizioni balsamiche o inalazioni. Questo unguento trova numerose applicazioni per l’uso esterno, essendo un buon antisettico ed astringente. Era utilizzato
per calmare i dolori delle emorroidi, per disinfettare ferite, piaghe e ustioni e per smorzare il bruciore in molte dermatosi.
Le persone che soffrono di allergie, imprecano contro queste specie per i fastidi e le irritazioni che ne ricevono. In primavera, infatti, liberano nell’aria un abbondante lanuggine bianca: il pappo. Esso porta lontano i semi ed è formato da fibre di cotone puro; più volte si è tentato di utilizzarlo industrialmente ma fino ad ora tutti i tentativi sono stati vani. La sua corteccia in decotto o infusione, è febbrifuga e sedativa dei dolori muscolari ed articolazioni per la presenza dei precursori

dell’acido salicilico. Seccata e ridotta in polvere era somministrata ai cavalli come vermifugo. Il suo legno usato per pannelli bombati e come supporto all’impiallacciatura, è tipico dei fiammiferi svedesi. In alcuni paesi del meridione d’Italia, in cui si crede tutt’ora agli stregoni, si usa portare addosso un piccolo sacchetto di stoffa con dentro foglie secche di pioppo tremolo: in tal modo nessuna fattura o malocchio può sortire il proprio effetto.

mercoledì 20 aprile 2016

Da condividere con amici e amiche nati dal 11 al 20 Aprile (periodo di Luce)
Tratto da Alberologia www.alberologia.it

L’acero è un albero con caratteristiche e proprietà che richiamano l’amore. Le persone appartenenti a questo albero sono molto socievoli, amanti delle feste e pronte a condividere le proprie gioie. Prediligono i luoghi dove poter fare nuove conoscenze e ricevere confidenze. Possono essere anche molto riservati, distanti, inafferrabili e inavvicinabili. Solo quando si fidano, si rivelano totalmente.
Possono dimostrarsi molto teneri e creare un’atmosfera deliziosa, ma la loro grande sensibilità, qualche volta eccessiva, li costringe spesso a proteggersi e a mostrarsi molto freddi diventando diffidenti, taciturni, chiudendosi in loro stessi per difendersi dalle aggressioni del mondo esterno. Sono molto onesti e retti nei confronti di loro stessi. Sempre in ordine, spesso vanitosi, le persone appartenenti a questo albero curano molto la propria persona dando però l’impressione che il loro
aspetto impeccabile sia dovuto al caso.
Non sono certo tipi comuni, poiché sono forti, instancabili, hanno una grande resistenza e sono sempre alle prese con strampalati progetti. Particolarmente intelligenti, hanno acute capacità deduttive. Autodidatti eruditi, questi intellettuali senza diplomi, nonostante la loro intelligenza riflessiva, non mancano di immaginazione e di intuizione. Sono brillanti, lucidi, dotati. La loro filosofia li porta ad attribuire maggiore importanza al futuro che al presente e il presente che interessa loro è solo quello inerente la loro persona. Per quanto riguarda le amicizie, i nativi dell’acero hanno una grande disponibilità, spirito conviviale e un talento organizzativo per le feste e i ricevimenti. A volte, spariscono lasciando perdere le tracce e senza che nessuno sappia dove si nascondano. Molto buoni i rapporti di amicizia con le persone appartenenti al Nocciolo.
Per quanto riguarda la vita sentimentale, l’amore è il settore in cui si possono realizzare a pieno, poiché sono persone molto sensuali. Generalmente, sono molto complicate e poco attratte da una tranquilla vita familiare, in quanto devono soddisfare le loro esigenze di libertà. Ma se trovano il partner ideale, che condivida queste loro tendenze, allora potranno essere felici e sapranno fare felice il fortunato compagno. Buona l’intesa con le persone appartenenti al Melo e al Bagolaro.

Acero montano (Acer pseudoplatanus L.)

L’acero montano può raggiungere altezze considerevoli fino a 25-30 metri. È originario dell’Europa centro meridionale, si espande dai Pirenei fino al Caucaso,  dal sud del Belgio al Mar Caspio ed è molto diffuso anche in Italia. Appartiene alla famiglia delle Aceraceae a cui sono ascritte oltre 150 specie proprie dei paesi temperati dell’emisfero boreale.
L’acero predilige le fasce montane ad altitudini comprese tra i 500 e i 1500 metri di quota, eccezionalmente si trova in pianura o sopra i 2000 metri. È una specie mesofila1, predilige le zone in cui c’è un’elevata umidità estiva, preferendo terreni freschi e profondi. In Italia è diffuso
nei boschi misti e si consocia bene con la carpinella, il faggio, l’abete bianco e rosso.
Tra gli aceri, quello montano è quello più longevo, vive fino a 150- 200 anni, ma raramente supera i 300 anni. Il fusto di questo tipo è diritto e rivestito da una corteccia grigia con sfumature rossastre, in età adulta si stacca e risulta sfaldata in grandi placche. La chioma è ampia e regolare. Le foglie sono decidue, opposte con un picciolo lungo dai 6 ai 15 cm, ha una lamina ampia e palmata a 3-5 lobi ovati, lunga fino a 15 cm. La pagina superiore è di colore verde scuro, mentre nei siti montani hanno riflessi rossastri; la pagina inferiore è glauca2.
È una specie monoica3, i fiori di colore giallo sbocciano ad aprile in pannocchie pendule lunghe 2,5 cm. Il frutto è un achenio doppio e consta di due noci alate (disamara), lunghe fino a 5 cm, rivestite da peli argentei. Nell’antichità l’acero non era considerato di buon auspicio a causa della tonalità rossastra che assumono le foglie in autunno, per questo l’albero di acero era dedicato a Fobos, il dio della paura, e al figlio di Ares, dio della guerra.

Non a caso nell’antica Grecia venivano usati altri alberi per decorare i giardini. In altre parti d’Europa, invece, era ritenuto un albero prezioso per allontanare i pipistrelli che, in base a una credenza alsaziana, avrebbero avuto il potere di far abortire le uova delle cicogne appena le toccavano. Per difendersene le cicogne mettevano nei nidi ramoscelli di acero che respingevano gli indesiderati ospiti. Anche gli uomini posavano qualche fronda sopra gli usci e le finestre delle case per evitare che i pipistrelli vi penetrassero succhiando, secondo una convinzione infondata, il sangue dei bambini. Una fiaba ungherese narra che sul terreno dove una principessa era stata sepolta dal suo assassino nacque un acero che servì a un pastore per fabbricare un flauto magico, che a un certo momento cominciò a parlare denunciando l’autore del delitto.
Al di là dalla favola, il legno degli aceri, compreso quello campestre, spontaneo in tutta l’Italia, dalle foglie autunnali giallo ambra, è adatto alla fabbricazione degli strumenti musicali, infatti viene usato per il fondo, le fasce laterali e i manici dei violini ed altri strumenti ad arco. Fu Antonio Stradivari a utilizzare per la prima volta, nel XVII secolo, un ponte d’acero per sostenere le corde.
Grazie al suo legno chiaro, viene usato per impiallacciature di mobili.o, se omogeneo, per fabbricare violini e altri strumenti ad arco. Le frasche sono impiegate come foraggio per gli animali. Il legno, se fine, perfetto e omogeneo, è impiegato per farne casse di risonanza di molti strumenti musicali.
L’acero non ha nessuno impiego medicinale, però in compenso se ne ricava lo sciroppo. Per sei settimane, a partire da febbraio si estrae praticando un’incisione sulla corteccia, la linfa, che in questo periodo contiene una concentrazione sufficiente di zucchero, tale che, una volta bollita, si ottiene dello sciroppo. In Francia questa linfa veniva utilizzata diversamente: si metteva a fermentare in un barile insieme al pane per ottenere una bibita simile alla birra.
L’utilizzo più evidente è quello di abbellire e fare ombra lungo i viali, i parchi e giardini.
L’Acero simboleggia il Canada dal 1965, anno in cui la Regina Elisabetta dichiarò che le foglie d’acero dovevano essere il simbolo ufficiale della bandiera canadese. Tale decisione fu oggetto di lunghi dibattiti e votazioni, ma nonostante tutto, la foglia d’acero è tutt’oggi il simbolo
del Canada.
1 Specie che predilige un clima temperato.
2 Colore tra azzurro e verde
3 Specie con fiori unisessuali.



domenica 3 aprile 2016

Dendrolatria

Dendrolatria

Distruggerete completamente tutti i luoghi dove le nazioni
che state per scacciare servono i loro dèi: sugli alti
monti, sui colli e sotto ogni albero verde.
Demolirete i loro altari, spezzerete le loro stele,
taglierete i loro pali sacri, brucerete nel fuoco
le statue dei loro dèi e cancellerete
il loro nome da quei luoghi.
ESODO 24.4 E 34.13


 Il termine dendrolatria, dal greco déndron ‘albero’ e latria latréia ‘culto’, indica una fase religiosa, individuata tra gli altri da John Lubbock1, durante la quale si è creduto che le divinità avessero dimora ciascuna nel singolo albero e dunque, estensivamente, l’atteggiamento primitivo di proporzioni nei riguardi dell’albero cui si offrivano sacrifici per ottenerne protezione e fertilità.
La religione cristiana non ha mai approvato i culti pagani, anzi li ha combattuti senza riuscire ad annientarli del tutto. Come sempre accade nel succedersi di tradizioni e civiltà del passato, restano alcuni aspetti trasformati e adattati alle nuove realtà. Così, aspetti dei culti pagani permangono nelle cerimonie e feste dedicate ai santi cristiani, specie nei paesi più isolati e quindi più radicati alle tradizioni. L’impegno della chiesa è stato rivolto a trasferire i culti dalle divinità pagare ai santi.
Gli antichi Germani, le popolazioni celtiche, veneravano alcune varietà di alberi, anzi questo culto costituiva la base stessa della loro religione. Agli alberi venivano indirizzate offerte diverse: il ferro era metallo raro, prezioso, perciò le offerte consistevano spesso in oggetti come ferri di cavallo e chiodi2.
Quando Giulio Cesare (100-44 a.C.) invase la Gallia decise di fare abbattere una foresta sacra ai druidi3, per arginare incursioni e attacchi; per l’assedio venne impiegato il legname tagliato dalla foresta4. In seguito i cristiani iniziarono l’opera di conversione delle comunità pagane; vietarono il culto rivolto agli alberi e, conseguentemente, si impegnarono a distruggere le loro foreste sacre.
Augusto (Roma, 23 settembre 63 a.C. - Nola, 19 agosto 14 d.C.) proibì i culti druidici nelle Gallie. Sotto il regno di Tiberio, i druidi furono soppressi con un decreto del senato; il provvedimento in seguito fu ratificato da Claudio. Suplicio Severo ci racconta del più noto osteggiatore dei riti legati ai boschi sacri: San Martino (316-397).
Durante un viaggio passò nei pressi di Atun dove, dopo aver abbattuto un bosco sacro, si apprestava ad abbattere un grosso pino nei pressi di un santuario. Qui incontrò la resistenza del sacerdote locale e delle popolazioni pagane che lo attaccarono dicendogli: “Se hai un po’ di fiducia nel Dio che dici di onorare, abbatteremo noi quest’albero che cadrà su di te; se il tuo signore è con te, come dici, sfuggirai”. Accettò la sfida e si fece legare sul letto di caduta dell’albero, cioè il punto preciso
dove l’albero doveva cadere. Quando stava per crollare si fece il segno della croce e l’albero lo sfiorò di un soffio senza toccarlo. Il miracolo convertì in massa gli spettatori. San Martino continuò a predicare, battezzare nei villaggi, abbattere templi, alberi sacri e idoli pagani, dimostrando
comunque compassione e misericordia verso la popolazione.





1 Sir John Lubbok, uomo politico e studioso (Londra 1834 - Ramsgate 1913); banchiere,
svolse una notevole attività di economista e di riformatore sociale e di studioso di culti
antichi. Noto infatti per gli studi di geologia, antropologia e preistoria è autore di importanti
opere: Prehistoric times, 1865; The origin of civilization, 1870; Marriage, totemism and
religion, 1911; è noto altresì per la divisione della preistoria in età paleolitica e neolitica.

                                                             

Per questo ed altre vicende la sua fama ebbe ampia diffusione in tutta la comunità cristiana. In Siria, Marcello, vescovo di Apamea, venne ucciso dai pagani, furenti poiché aveva promosso l’abbattimento di svariati templi, conformemente all’editto promulgato dall’imperatore Teodosio I il Grande.
L’opera distruttiva venne proseguita dal discepolo di S. Martino, San Maurilio (? - 453) vescovo di Angers, il quale, nel tentativo di evangelizzare il Comminges diede fuoco al bosco sacro; il territorio del bosco distrutto fu consacrato a San Pietro. Continuò con determinazione San Benedetto da Norcia (480-547) nei pressi di Cassino; abbatté gli altari pagani, recidendo il bosco sacro ad Apollo; volse al culto cristiano i templi pagani, consacrandoli al suo predecessore San Martino. A Montecassino costruì un monastero dove risiederà per definire la Santa regola. A nulla valsero gli anatemi dei concili provinciali; quello di Arles del 457 d.C. proibiva l’adorazione degli alberi, delle fonti e delle pietre; quelli di Tours e di Nantes, rispettivamente del 567 e 568 i quali si accanirono contro le persone che celebravano riti sacrileghi all’interno dei boschi e contro gli alberi consacrati al demonio. L’accanimento contro le diverse religioni galliche non portarono grossi cambiamenti ai culti resi agli alberi che continuarono a perpetrarsi. La loro influenza era sia sociale che religiosa.
Va segnalato un monaco irlandese, Colombano (542-615) meglio conosciuto come San Colombano di Luxeuil. Missionario noto soprattutto per aver fondato da abate numerosi monasteri e chiese in Europa. È venerato come santo dalla chiesa cattolica, ma anche dalle chiese ortodosse e dalla chiesa anglicana.
Anche in Irlanda nel 665, alcuni sacerdoti cristiani fecero abbattere un numero enorme di frassini ritenuti sacri, per segnare il trionfo del cristianesimo sulle tradizioni locali.
Intorno al 670 Barbato vescovo di Benevento (?-683) da tutti ricordato per aver convertito i Longobardi al cristianesimo, fece abbattere un noce gigantesco. Nel posto dove fu tagliato il noce, fece erigere un tempio con il nome di S. Maria in Voto; successivamente fu dichiarato santo e gli fu dedicata una chiesa a Benevento e una a Salerno; è ricordato il 19 Febbraio. L’impegno della Chiesa non cessò nell’estirpare le credenze pagane che continuavano a rendere il culto ai boschi e agli alberi.
Esemplare la vicenda di Sant’Eligio (588 c.ca-660) vescovo di Noyon, del quale leggiamo alcune prescrizioni in merito al comportamento da tenere relativamente agli alberi:.
«Non prestate attenzione agli auguri, o agli starnuti violenti, o al canto degli uccelli. Se venite distratti mentre siete in cammino o al lavoro, fate il segno della croce e dite con fede e devozione le preghiere della domenica, e niente potrà farvi del male […] Nessun cristiano, nella festa di San Giovanni (24 Giugno) o di alcun altro santo dovrà eseguire solestitia [riti del solstizio d’estate] o danzare o saltare o cantare canti diabolici. Nessun cristiano dovrebbe mostrarsi devoto agli dei del trivio, dove tre strade si uniscono, né partecipare alle fanes, feste delle rocce, delle sorgenti, dei boschi o degli angoli. Nessuno deve fare lustrazioni (“purificazioni”) o incantesimi usando erbe, o far passare il bestiame attraverso un albero cavo o un fosso perché così lo si consacra al diavolo. Perciò, fratelli, rifiutate tutte le invenzioni del nemico con tutto il vostro cuore e fuggite questi sacrilegi con orrore. Non venerate altre creature oltre
Dio e i suoi santi. Evitate le sorgenti e gli alberi che chiamano sacri. Perché voi dovete credere di poter essere salvati con nessun’altra arte che l’invocazione e la croce di Cristo. Come sarebbe possibile altrimenti che i boschi dove
questi uomini miserevoli fanno i loro riti sono stati abbattuti e la legna proveniente da lì è stata data alla fornace? Vedete come è sciocco l’uomo, che onora degli alberi morti, insensibili e disprezza i precetti di Dio onnipotente».
2 G. Bellucci (1919), I chiodi nell’etnografia antica e contemporanea perugina.
3 Sacerdoti degli antichi popoli celtici. In Gallia, Britannia e Irlanda, al tempo di Cesare,
costituivano una delle principali classi della società; Assistevano ai sacrifici, anche
umani, alla raccolta del vischio e presiedevano alle assemblee religiose.
4 Caio Giulio Cesare, De bello Gallico.

 Fig. 60. Incisione beneventana (autore ignoto) raffigurante l’abbattimento del noce delle streghe da parte del
vescovo di Benevento Barbato.

La contesa religiosa partiva dalla Francia per coinvolgere altre regioni oltre la Gallia, e i paesi di origine germanica, come dimostrato dalla vicenda di San Bonifacio (680 c.ca-755). Questo monaco benedettino, ritenuto l’apostolo della Germania, di nome Vinfrido (Winfrid), fu convocato a Roma dall’Inghilterra e ordinato vescovo dal papa Gregorio II, ricevendo il nome di Bonifacio. Fu destinato in Germania ad annunciare la fede di Cristo a quelle genti. Durante il viaggio di ritorno
in Germania nel bosco di Hessen fece abbattere una gigantesca quercia alla quale le popolazioni pagane attribuivano poteri magici, ritenendola sede del dio del tuono Thor. Quel gesto fu visto come una vera sfida alle divinità e i pagani accorsero numerosi per assistere alla vendetta del dio offeso. San Bonifacio, tuttavia prevalse e ai piedi della quercia abbattuta farà erigere la chiesa dedicata a San Pietro. Ma presso Dokkum in Frisia5, venne ucciso nel 754 assieme ai suoi
52 confratelli Benedettini dai Frisoni, che intendevano difendere i loro santuari e le loro credenze. Poco più tardi, nel 772, Carlo Magno durante una missione punitiva contro gli Angari, distrusse il santuario pagano dove veniva venerato Irminsul6, un gigantesco tronco d’albero che, secondo
le credenze, aveva il compito di sostenere la volta celeste. La sua campagna militare durò oltre 30 anni durante i quali il sovrano presenziò ai battesimi di massa avvenuti fino al 785, quando fu repressa l’ultima ribellione delle tribù pagane; il loro comandante, Vitichindo, battezzato
a sua volta, giurò fedeltà a Carlo Magno. Doveroso citare direttamente il biografo Eginardo, che alla fine del conflitto aveva annotato:
La guerra, durata cotanti anni, si chiuse infine con adesione [dei Sassoni] alle condizioni offerte dal Re, le quali furono la rinuncia ai loro costumi religiosi nazionali e all’adorazione dei demoni, l’accettazione dei sacramenti della fede e
religione cristiana, e l’unione coi Franchi in unico popolo.

5 La Frisia è la regione costiera del sud-est del Mare del Nord ed è compresa tra
l’Olanda settentrionale e la Danimarca meridionale fino al fiume Vida.
6 L’interesse per il luogo di venerazione “al sostenitore della volta celeste” continuò
a essere molto alto da parte di alcuni gruppi nazionalisti che ritenevano fosse
localizzato presso Externsteine, nella foresta di Teutoburgo della Renania Settentrionale.
Negli anni venti del secolo scorso, lo storico tedesco Wilhelm Teudt, aderente
al partito nazista, confermò questa tesi e nel 1933 propose che Externsteine fosse
il luogo deputato alla commemorazione degli antenati. Il gerarca nazista Heinrich
Himmler appoggiò tale idea e costituì la Externstein Foundation.

Tra i vari tentativi messi in atto dalla Chiesa Cattolica per estirpare i riti pagani è sicuramente importante la disposizione di papa Gregorio III il quale spostò la festa di tutti i Santi dal 13 Maggio al primo di novembre. Lo scopo era quello di sovrapporla e sostituirla, alla festa celtica di Samhain (Halloween) festa della fine dell’estate. Divenne festa di precetto ed estesa dall’imperatore Ludovico I ai territori a lui assoggettati. Agli inizi dell’XII secolo, perpetuandosi il culto dei boschi
in Germania, la chiesa locale ordinò di abbattere gli alberi; cosa che si ripeté più tardi anche in Boemia dove il vescovo Ottone di Bamberga (1060-1139) appreso che nei boschi attorno a Stettino7, vi erano querce sacre, non riuscendo a farle abbattere a causa della reazione violenta dei
contadini del posto, fece diffondere la voce che molte di esse erano abitate dagli spiriti maligni. Dovevano quindi essere abbattute e, se necessario, anche con il suo intervento personale. Il suo biografo Herbord ci tramanda che il vescovo e i suoi sacerdoti iniziarono subito, armati d’asce e lance, a distruggere gli alberi nei boschi. Dopo che il popolo si accorse che gli dei non si difendevano, si unì all’opera. Mons. Ottone lasciò solo una quercia per la preghiera degli abitanti di Stettino, a condizione che sotto l’albero non venisse praticata alcuna divinazione.
L’albero sradicato divenne in pieno medioevo l’emblema dei Templari.

Fig. 61. “Prova” di San
Bonifacio mentre i pagani
sacrificano un ariete.
7 Stettino è ancora circondata da tre boschi: Wkrza¥nska a nord, Bukowa a sud e Goleniowska a est.
8 Membri dell’ordine militare-religioso del Tempio, fondato nel 1119, soppresso nel 1312, aveva come scopo la guerra contro gli infedeli e la difesa del Santo Sepolcro.

Se l’albero sradicato era il simbolo dei Templari8, l’olmo (Ulmus campestris L.) acquistò un significato particolare per tutti i “monaci guerrieri”; per loro era identificato come pianta sacra ed assumeva significati di amicizia, protezione, sostegno, amore e perfezione. L’albero dell’olmo
fu particolarmente significativo anche per i Cavalieri Templari, e per estensione iniziò a far parte della simbologia cristiana e loro stessi utilizzarono spesso le denominazioni “Santa Maria dell’Olmo” o “Madonna dell’Olmo” per intestare le loro chiese. Prova ne è la chiesa principale di Castelmezzano (Pz), la quale si trova nel centro del paese, e si chiama Santa Maria dell’Olmo, edificata nel XII secolo proprio nei pressi di un olmo. La presenza della chiesa in vicinanza dell’albero e dell’acqua, rivela una correlazione tra questi due elementi di enorme carica simbolica: il primo potrebbe rappresentare l’albero della vita e il secondo la fonte della vita stessa.

Fig. 62. Abbattimento nel 772, del tronco di un albero venerato dai pagani in territorio tedesco.

In riferimento ai Cavalieri Templari, troviamo un curioso riferimento all’olmo nel Regno Unito, presso la località chiamata Temple, a Balanradoch, nella regione scozzese del Midlothian. In una leggenda locale in questo luogo sarebbe stata sepolta una parte del leggendario tesoro dei Templari: “tra la quercia e l’olmo sono sepolti milioni, li potrai trovare gratuitamente”, recita un vecchio detto locale (Twixt the oak and the elm tree / You will find buried the millions free).
Il tentativo di eliminare il culto degli alberi dovette estendersi per tutto il Medioevo, quando i parroci rimproveravano e scomunicavano le persone che portavano offerte agli alberi o innalzavano altari sulle loro radici e richiedevano protezione per la propria famiglia e per i beni intonando canti o lamenti. Ma nonostante le scomuniche, i rimproveri e le minacce, il culto degli alberi si tramandò per altri secoli. La venerazione degli alberi si dimostrò essere ancora viva nel XIII secolo, quando il vescovo Anselmo, nel 1258, a Sventanistis, ordinò l’abbattimento di una enorme quercia sacra; la sua resistenza era tale che l’ascia rimbalzo sul tronco colpendo mortalmente il boscaiolo. Allora il vescovo in persona prese l’ascia per passare all’azione, ma anche lui non riuscì nell’impresa, così ordinò di bruciarlo.
La lotta continuò anche nel secolo successivo. Tra il 1351 e 1355 a Perm, città della Russia europea, a contrastare le credenze pagani profuse il suo impegno un vescovo della chiesa ortodossa divenuto poi Santo, Santo Stefano di Perm, (1340-1396). Questi decise di agire in modo drastico, poiché la sua cella si trovava a poca distanza da una grande betulla, venerata dagli abitanti del luogo; la abbatté nel cuore della notte. Il giorno dopo, gli idolatri volevano ucciderlo, ma il Santo li fece desistere facendo notare che il “loro dio” non poteva essere così potente se aveva permesso ad un uomo di abbatterlo, e riuscì ad avviare il processo di conversione, tanto che Pimen, Metropolita di Mosca e di tutte le Russie, lo designò Vescovo metropolita di Perm.
Nel XVI secolo, l’arcivescovo Carlo Borromeo divenuto santo nel 1610 e ricordato dalla chiesa cattolica il giorno 4 novembre, fece diffondere il suo pensiero e il suo monito in merito a culti e superstizioni:
«Il giorno delle Calende di Maggio, consacrato ai Santi Apostoli Giacomo e Filippo si profana dal popolo con quelli alberi frondosi, che con ridicolo spettacolo si alzano in più siti di quella Città, e si chiamano il Maggio, o Majo7”.
Questa “gentilesca superstizione” venne condannata dall’Arcivescovo di Milano Carlo Borromeo in quanto provocava gravi disordini, appurato che alcuni uomini immersi nel piacere di quella azione ridicolosa hanno tralasciato in quel giorno festivo di ascoltare la Messa, ed altri hanno tagliati quelli alberi a viva forza, e con disprezzo sul fondo altrui, e spesse volte ne’ beni della Chiesa. Dal che si originarono risse, inimicizie, ingiurie, odi, e talvolta uccisioni; disturbavano i divini Offici e le Prediche, i bagordi, le ubbriachezze, i motti osceni ed altre nefande dissoluzioni».
Intimò ai vescovi di proibire quello spettacolo con pene ai contravventori ricorrendo ai Magistrati in caso di bisogno. Suggerì, infine, di rivolgere in quel giorno preghiere a Dio, con

“divote processioni ed in vece di quelle piante profane d’inalberare pubblicamente, e con religiosità il Santissimo Albero della Croce di Gesù Cristo nei luoghi più cospicui della città...”

Il V Concilio Provinciale di Milano (1579), invitava i vescovi a trasformare le antichissime ed “empie” usanze che si tenevano il 10 maggio. In tale giorno era consuetudine nei centri della provincia trasportare in tripudio “frondosi alberi” da innalzare nelle piazze e in altri siti.
Ai vescovi venne imposto di scoraggiare la partecipazione a tali feste cercando soprattutto di trasformare la ricorrenza pagana in occasione di cristiana esultanza, di testimonianza a Dio e di professione di fede9.

"Si levi l’abuso che in questa diocesi è grande di drizzar gli albori che si chiamano “Maggi” alle feste delle Calende di Maggio, che oltre causare molti disordini, risse, et soprattutto scandali, dà segno più presto di una pagana superstizione che di attione cristiana e in vece loro si drizzino delle croci in tutti i capi delle strade pubbliche."
Così ammoniva il Nunzio Apostolico della diocesi di Alba nell’anno 1584, contro l’usanza diffusa d’innalzare “maggi” nel basso Piemonte. Da qui forse la trasformazione di un rito pagano: si cominciò a portare grandi alberi inghirlandati in processione, che poi venivano piantati.
Verso la fine del XVIII secolo gli alberi assunsero altri significati; non più tagliati né abbattuti ma per altri motivi e altre finalità vennero piantati o eretti in nome della libertà.
Durante la rivoluzione francese, per festeggiare l’abolizione della tirannide e il ritorno della libertà, i repubblicani piantano il primo Albero della libertà, nel 1790 a Parigi e poi in tutta la Francia.
Un decreto della Convenzione del 1792 ne regolava l’uso: l’albero della libertà, è sormontato da un berretto frigio (con la punta piegata in avanti come quello degli antichi abitanti dalla Frigia) rosso10 adorno di bandiere; ai suoi piedi giurano magistrati, si bruciano i diplomi nobiliari, si danza, si festeggia.
  
9 F. Di Palo, Stabat Mater Dolorosa. La settimana santa in Puglia. Ritualità drammatica
e penitenziale, Fasano, 1992, p. 18.

10 Questo berretto è rimasto ancora in uso, ed oggigiorno figura, come simbolo di
libertà, nelle bandiere dello Stato della West Virginia e New Jersey, e come sigillo ufficiale
dell’Esercito americano (United States Army) nonché del Senato degli Stati Uniti. In
America Latina è rappresentato negli stemmi di Argentina, Bolivia, Colombia, Cuba, El
Salvador, Nicaragua e Paraguay.
Fig. 63. L’albero della libertà
al confine della Repubblica
di Magonza, durante
le guerre rivoluzionarie
francesi (acquerello
di Johann Wolfgang von
Goethe, 1793) La scritta
sul tronco: Passans, cette
terre est libre – “Passanti,
questo paese è libero”.
(Presente il berretto frigio)
(Vd. p 222).
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Alberi della Libertà vennero successivamente piantati in ogni municipio della Francia e il fenomeno approdò in Svizzera e anche in Italia. Generalmente erano piantati nella piazza principale delle città,
frequentemente tra contrasti delle fazioni opposte; molti furono sradicati una volta passato il periodo rivoluzionario, generando analoghi contrasti e dissidi fra cittadini di diversa appartenenza politica. Degli esemplari sono ancora presenti in diversi dipinti dell’epoca. 
Dopo la proclamazione del Repubblica Napoletana del 1799, anche a Potenza venne eretto un Albero della libertà nella piazza principale; fu abbattuto quando la violenta repressione condotta dal cardinale Ruffo, sfociò in guerra civile e si concluse con l’uccisione di chi aveva sostenuto la repubblica, tra gli altri il vescovo Giovanni Andrea Serrao.
Egli vi aveva aderito sia perché la sua ispirazione a San Paolo lo induceva all’obbedienza all’autorità costituita, sia per le sue aspirazioni riformatrici che sembravano essere rappresentate dal nuovo governo repubblicano. Si tradusse in una violenta guerra civile.
Fig. 64. Etienne Bericourt, particolare della cerimonia di innalzamento dell’Albero
della libertà. XVIII secolo (Vd. p. 222).

Nello stesso anno altri significativi episodi si ebbero in provincia di Potenza: a Lauria, venne piantato l’Albero della libertà per rappresen-tare l’emancipazione del popolo dalle tirannie. Non appena cessò la Repubblica partenopea, i borbonici proclamarono il ritorno alla normalità
e la chiara intenzione di distruggere l’Albero della Libertà. Alla reazione dei giovani liberali, intervenne il sacerdote Don Domenico Lentini a placare gli animi, evitando altro spargimento di sangue; convinse i repubblicani ad abbattere l’albero con la promessa che al suo posto ne avrebbe fatto innalzare uno, “imperituro”, ribattezzandolo “del riscatto e della salute”. Era una semplice croce in ferro battuto, su una colonna di pietra alta non più di tre metri. A differenza di tutti gli
altri alberi, è ancora al suo posto! Avigliano fu la prima città (precedendo anche Napoli) a piantare l’Albero della libertà e a proclamare la Repubblica, che ebbe tra i suoi fautori i lucani Mario Pagano e Michele Granata. Da Avigliano poi, i moti si estesero in tutta la regione, animati dalla “Organizzazione democratica” guidata dagli aviglianesi Michelangelo e Girolamo Vaccaro. Anche questa insurrezione venne repressa: gran parte della popolazione era fedele ai Borbone.

L’albero è un bellissimo e vero simbolo di libertà!
La libertà ha le sue radici nei cuori della gente,
come l’albero, nel cuore della terra...
VICTOR HUGO, 1 marzo 1848
Fig. 65. Lauria (Pz), Croce su pilastro di pietra.

Ma torniamo alle piante propriamente dette e ai riti a loro dedicati.
Le autorità ecclesiastiche, poiché non bastarono le ammende e le punizioni a far sparire un culto radicato, considerata l’attrazione per gli alberi da parte del popolo, solitamente suscitata dal timore per i fenomeni che non sapeva spiegare, cercarono di focalizzare l’interesse verso quegli aspetti del mondo vegetale di importanza determinante per la vita umana e, anziché distruggerli gli alberi, li avvicinarono al culto dei santi e della Madonna. Peraltro, tanti santi hanno notoriamente mostrato di sentire fortemente la vicinanza con la natura tutta, basta ricordare il Cantico di San Francesco; inoltre, nomi di santi come S. Silvano e S. Silvestro erano naturalmente rapportabili al culto degli
alberi per l’etimologia di abitanti delle selve. Di qui, molti dei santuari e cappelle dedicati alla Madonna: dalla Madonna del Bosco, alla Madonna della Selva e della Foresta, fino a una onomastica legata al singolo albero tipico del luogo: Madonna della Quercia, del Platano, del Cerro, del Frassino, del Pino e della Madonna dell’Olmo, di cui si è fatto cenno in precedenza; e, infine, i santuari che si incontrano sulle cime selvose delle montagne, dedicati a San Silvano e a San Silvestro, i quali meriterebbero una più approfondita riflessione proprio in merito alla collocazione. Nel corso del XIX secolo i festeggiamenti del maggio andarono in declino abbastanza rapidamente, sia perché la Chiesa, per sradicare questa tradizione di origine pagana, dedicò tutto il mese di maggio alla Madonna; sia perché più tardi il socialismo fece del primo maggio la festa dei lavoratori, prima in America, poi in molti altri Paesi, e anche in Italia, per ricordare i traguardi raggiunti dai lavoratori in campo economico e sociale, già dagli ultimi decenni dell’Ottocento.
Durante il fascismo non furono proibite le “feste di Maggio” ma improntate al generale clima di propaganda. La chiesa cattolica rivolse la decorrenza del “lavoratore” a S. Giuseppe perché anche i cattolici potessero partecipare a pieno titolo ai festeggiamenti.  
Queste ricorrenze sono andate perdendo le motivazioni magiche o sacrali e hanno assunto le sole motivazioni di gioco, divertimento e prova di forza, per riversarsi e concludersi nell’albero della cuccagna, in occasioni che hanno smarrito l’autenticità dei fatti religiosi relegati a fare da cornice. Solitamente il palo della cuccagna, prima di essere messo a dimora viene ricoperto di grasso o altra sostanza scivolosa per rendere difficile l’arrampicata da parte dei concorrenti. Così l’albero diventa una sorta di palestra di gara per dimostrare agilità e destrezza dei robusti giovanotti del paese a caccia dei suoi frutti; successivamente diventa anche una prova di robustezza dell’apparato digerente dei suoi conquistatori e dei partecipanti tutti.
L’albero della cuccagna legato in qualche modo al popolo latino, attecchisce per tutta l’Europa,
nell’utopico paese dell’abbondanza, dove non si fa altro che mangiare e bere, e ce n’è sempre più di quanto se ne desidera, insomma il sogno di tutti i poveri del mondo. Ad Accettura si celebra la cosiddetta festa del “Maggio” esportata anche nei paesi limitrofi, una manifestazione ancestrale, emblematica della fecondità della natura. In questo rito nulla è collegato al santo patrono San Giuliano. Verso questo aspetto specificamente pagano della festa ha rivolto il suo impegno e la sua cura un singolarissimo vescovo: per un trentennio del XX secolo, è stata notevole in Basilicata l’azione civilizzatrice del Servo di Dio Mons. Raffaello Delle Nocche11 (1877-1960), 68° Vescovo della Diocesi di Tricarico (Mt). Il suo impegno è stato rivolto anche a ridare dignità alle feste patronali, mediante richiami ed esortazioni affinché non fossero mescolati il sacro con il profano, il divino con il triviale, la preghiera con la crapula.
In occasione della quinta visita pastorale ad Accettura, precisamente nel 1949, il vescovo sollecita l’arciprete De Luca affinché, in merito alla festa del maggio si recuperi il travisato senso religioso. Nel documento emesso in quella occasione, con accoramento e affetto paterno rivolse agli “Accetturesi” queste raccomandazioni:
"Si convincano i nostri figli di Accettura che la tradizionale usanza del maggio è contraria alla santità delle sane processioni, è occasione di gravi offese alla legge di Dio e assai contraddice allo spirito di bontà cristiana; perciò, mentre non ci stanchiamo di raccomandare ai buoni fedeli l’obbedienza a questa nostra
piena esortazione e vivo desiderio, premuriamo il reverendissimo arciprete a non far mancare mai la sua parola persuasiva al riguardo, affinché durante le manifestazioni religiose tutto avvenga conforme alla bontà d’animo degli accetturesi e alle loro tradizioni cristiane."


11 Il 10 maggio 2012 il Servo di Dio Mons. Raffaello Delle Nocche è stato dichiarato
Venerabile. Papa Benedetto XVI ha autorizzato la promulgazione del “Decreto di venerabilità”.
La fase successiva sarà la “Dichiarazione di beatificazione”. Il processo per la sua
beatificazione cominciò il 14 agosto del 1963, quando il Capitolo Cattedrale e la superiora
generale delle Discepole di Gesù Eucaristico rivolsero istanza al Vescovo di Tricarico,
monsignor Bruno Pelaia, di apertura dei processi relativi alla causa di beatificazione di monsignor Delle Nocche.

Altro intervento (ed ultimo) della chiesa ufficiale sulle feste dei “maggi”, attive in Basilicata e Calabria, è quello del Vescovo di Anglona-Tursi, in visita ad Alessandria del Carretto nel maggio del 1951 ricorrenza in onore del patrono San Alessandro.
Il presule invitò il parroco a non lasciare la festa in mano ai procuratori, quindi a «moderare la cerimonia della peta [abete], che sa di “feticismo”*».
*Termine senz’altro riferito alla forma di religiosità primitiva, consistente nel culto (pagano) di oggetti naturali, (alberi nello specifico) per alludere alle feste e ai rituali profani, considerati come celebrazioni di particolare importanza con grande partecipazione popolare. 
Questo suggerimento viene attribuito quasi certamente all’Arcivescovo Metropolita Pasquale Quaremba (1905-1986) poiché, all’epoca dei fatti amministrava quella diocesi.

Nel terzo millennio, dunque, sopravvivono i riti, rivolti agli alberi in molte zone d’Italia e d’Europa, e si continua a fare degli alberi i protagonisti delle feste, sicché possiamo affermare che le feste cambiano, l’attenzione e l’amore per gli alberi restano!

Tratto da ALBEROLOGIA di Antonio de Bona www.alberologia.it